Insonnia.

Se cercate la parola insonnia sul dizionario troverete citate le seguenti frasi : Impossibilità, difficoltà o anormale brevità del sonno, sintomo fondamentale degli stati depressivi o ansiosi.

Non penso sia scorretta come definizione ( chi sia io per contraddirla poi !) ma, preferirei definire l’insonnia uno stato d’animo !

L’insonnia è quella “cosa” che attanaglia tutte le persone che hanno molti pensieri nella testa, tanti sentimenti nel cuore o magari entrambi .

La gente colpita da insonnia è condannata ! È condannata a pensare , ripensare , elaborare , maledirsi su quanto si sia stati stupidi durante il giorno , una mossa non attuata , giustificare un’azione compiuta , ripensare a quella parola non detta , elaborare le mancanze , apprezzare chi ha fatto parte della tua giornata , ripensare a degli occhi scontrati , delle mani toccate per sbaglio , un nuovo profumo sentito , un sorriso accennato.

Chi soffre di insonnia soffre di vita, perché ha la capacità di studiarla fino in fondo .

Ha la capacità di studiarsi a fondo , di capire i “perché ” , i “ma” . Chi non dorme soffre dell’insoddisfazione di qualcosa.

Se ci pensate un secondo chi è pienamente felice crolla , magari anche col sorriso . Chi ha finito di fare l’amore non vede l’ora di addormentarsi tra le braccia della persona che ama , chi è felice non ripensa a nulla . Chi soffre di insonnia , si .

-SIMONA.

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VIVIAMO UN’EPOCA MALEDETTA.

Io certe volte davvero mi chiedo : ” Ma cosa scatta nella testa della gente ?”

Un giorno sono in si , altre volte in no.

Alcune volte affettuose altre.. Si allontanano. 

Ci si circonda di rapporti di circostanza, di finti sorrisi , di amicizie temporanee.

Ma la coerenza ? La linearità negli affetti ? L’importanza ?

Non si dà più valore a nulla , ma soprattutto non si dà valore alle persone che ti sono vicine , non si dà valore al sorriso della gente, agli occhi , all’espressività , al cuore. 

Siamo l’era dei social e della distanza fisica più totale 

Viviamo un’epoca maledetta , dove ci si guarda , ma non ci si vede. 

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-SIMONA.

La Svolta ?!

Se non cambi le cose , non arriva la Svolta .

Se non arriva la svolta, resti ferma in un punto .

Se resti ferma in un punto , sei in un oblio .

Se resti in oblio ,non sei pienamente soddisfatta .

Se non sei pienamente soddisfatta, non sei felice al 100%

Se non sei felice devi cambiare qualcosa ,perché lo devi a te stessa .

E quando cambierai qualcosa , capirai che hai solo perso tempo fino ad adesso. 

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-SIMONA.

Le Dichiarazioni d’amore .

” – Guardami .. 

– Vi guardo !! 

-No.. non mi stai guardando , altrimenti vedresti quanto Ti amo.

-Voi non mi amate, mi desiderate è diverso. 

Si , ti desidero da impazzire . Ti voglio con tutto me stesso.Dalla prima volta che ti ho vista ti desidero… da settimane ti voglio , fino a impazzirne! E Ti amo … Potrei urlarlo se vuoi .. te lo giuro ! Io Amo Elisa !.

-ELISA DI RIVOMBROSA. 

Il Dialetto è ricchezza.

Buona sera a tutti =) , parlo molto d’amore e poco di me in ambito familiare,privato e sociale . Penso molti di voi non sappiamo che sono una studentessa di lettere moderne , sto completando l’ultimo anno e studiando linguistica italiana , ci hanno assegnato come elaborato una ” Autobiografia Linguistica”. In pratica ho scritto l’evoluzione della lingua e l’importanza del dialetto a partire dalla vita dei miei nonni , fino a me ! Ve la propongo , buona lettura ,aspetto qualche vostro commento =)

“La lingua italiana era una lingua seconda, da insegnare come tale, a partire dalla prima, cioè dal dialetto!” – Tullio De Mauro

 Il ventisette Aprile del 1926, nacque al primo piano di un palazzo rovinato nei pressi della stazione centrale di Palermo, la settima di undici figli, in una famiglia poverissima, nella quale il dialetto locale (ossia il palermitano) era una costante per esprimere qualsiasi tipo di concetto , una bambina di nome Maria ,colei la quale sarebbe diventata mia nonna . Maria crescendo, ascoltando le conversazioni che avvenivano in famiglia divenne una totale dialettofona. Le uniche volte in cui venne a contatto con la lingua italiana fu durante i due anni di elementari obbligatorie che le spettarono in seguito alla Legge Coppino. Dopo di che si chiuse in casa ,aiutando la madre nelle faccende e cercando di racimolare qualche soldo svolgendo commissioni alle vicine, anche un pezzo di pane le andava bene .

Un giorno però all’età di quattordici anni, in piena adolescenza si aggirava nei pressi di casa sua, un ragazzo ben distinto , mia nonna nei suoi racconti mi disse che girava in carrozza trainato da un cavallo bianco . Il giovane, nel momento in cui intravide gli occhi di Maria non poté fare a meno di notarla, e passando tutti i giorni alla stessa ora da quella strada si innamorò di lei e della sua bellezza ,e quando i due si conobbero …quel ragazzo di nome Francesco ,nonostante Maria appartenesse a una famiglia decisamente ben diversa dalla sua ,sia in ambito economico che sociale , la sposò. Da quel matrimonio nacquero cinque figli: ai primi due coetanei  , Rosalia ( anche se fin dalla giovane età, l’ipocoristico Lia prese il sopravvento) e Francesco, vennero assegnati nomi in uso nella tradizione familiare della famiglia Mazza ,ovvero al maschietto spettò il nome del nonno e alla femminuccia il nome della nonna( alla quale ,a sua volta, venne attribuito questo nome per devozione a Santa Rosalia ,che dal 1624 venne considerata patrona per aver abolito la peste a Palermo). Palesemente i nomi dei primi due figli, li aveva decisi mia nonna che con fare “democratico” ,mi raccontò , disse a mio nonno: [1]«Francè i figghi sunni mia e cumannu io !». Mio nonno non osava contraddire una donna col temperamento forte e determinato come il suo. Al terzo figlio, invece, venne dato un nome di origine latina, Aurelio, scelto palesemente da mio nonno che tanto amava quell’impavido imperatore romano. Mio nonno era un uomo di cultura, diplomato, dall’atteggiamento distinto e pacato, amava la musica lirica e il Teatro.

Sembrava che la famiglia Mazza fosse al completo. Mia zia Lia dopo avere frequentato le elementari (tutti e cinque gli anni), apprese di avere un’arte innata per la sartoria e iniziò a tredici anni a lavorare, mentre i miei zii lavoravano con mio nonno ,proprietario di vari ristoranti a Palermo. Sette anni dopo però … Lia ripeteva spesso alla madre Maria, il desiderio di avere una sorella. Nonostante la ragazzina non avesse studiato molto tra i banchi di scuola, essa era una vera e propria autodidatta ! Adorava leggere i libri che mio nonno riponeva nella libreria in salone, e sfogliando uno di essi, la colpì il nome Irene . Da quel momento mia nonna non ebbe più pace! Lia ogni giorno richiedeva la sorellina e dopo qualche mese venne accontentata: nacque Irene. Essa crescendo incarnò esattamente l’ideale greco del quale il suo nome si fa portatore: pace  .

Arrivati a questo punto della storia, probabilmente qualcuno si starà domandando quando e da chi nacqui io. Ebbene… La famiglia Mazza, ancora, non sapeva che il cerchio si sarebbe chiuso con la figlia più capricciosa, spericolata e vivace di tutte, mia madre ..la piccola Rosa . Mia madre detesta il suo nome, tutt’ora a cinquantasei anni si lamenta del suo nome guardando con fare interrogatorio mia nonna (ormai novantunenne) del perché non si sia premurata a darle il nome di sua nonna: Teresa ,nome che le piace molto. Tutte le Volte che mia madre le rivolge questo quesito, mia nonna le risponde sempre allo stesso modo : [2]Ancuora? U nomi ormai chìstu è, me suoru si chiama accussì»). Mia nonna aveva un forte legame con sua sorella Rosa, tanto da chiamarne l’ultima figlia . Dico sempre a mia madre che Rosa non è un brutto nome, richiama il fiore dell’amore , ma lei non sembra darmi retta e anche nel suo caso l’ipocoristico Rosi ha preso il sopravvento . Gli anni passano e nonostante la famiglia fosse la stessa, i ragazzi si formarono con un’educazione diversa l’uno dall’altro : Francesco e Aurelio si apprestarono ad acquisire la licenza media, Lia invece continuò il suo percorso da autodidatta. Nonostante i tre venissero a contatto quotidianamente con una madre dialettofona, Lia e Aurelio svilupparono “l’italiano dei semicolti”. Spesso la ricerca di un registro ancora più alto nell’oralità, portava Aurelio a compiere fenomeni di ipercorrettismo commettendo parecchie sovraestensioni del clitico dativale [3]ci o errori di grafia nello scritto, tuttavia andò migliorando giorno dopo giorno. A Francesco andò diversamente, la passione per le varietà trasmesse: radio, cinema,  giornali o l’amore per l’arte e i  musei,  lo aiutarono molto a migliorare la sua preparazione linguistica. Adesso a distanza di parecchi anni ,del tutto italofona. Alle piccole principesse di casa, mia zia Irene e a mia madre, spettò invece un’educazione scolastica eccellente. Dopo le scuole medie, vennero iscritte alla scuola superiore di secondo grado: Irene intraprese l’istituto tecnico commerciale, Rosi il liceo linguistico, nel quale apprese di amare la lingua francese (pur non sapendone molto). Le due si diplomarono e furono l’orgoglio della famiglia Mazza. Qualcuno potrebbe pensare che il merito vada a mio nonno, invece la persona che seguì costantemente le figlie, non tanto nella preparazione ma come stimolo emotivo(per non dire palesemente che le avrebbero prese se non avessero frequentato la scuola) a studiare e formarsi in un modo impeccabile fu proprio mia nonna , la quale spesso si sedeva accanto mia madre ,a detta di tutti [4]a figghià ru cuori’ pur di imparare qualcosa. Mia madre crescendo divenne una vera e propria diglotta sapendo bene quando utilizzare l’italiano nella sua forma più corretta e quando il dialetto ,più comunemente utilizzato in ambito familiare/privato.

Intanto, tornando un po’ indietro nel tempo, un bambino di nome Pasquale, cresciuto in una famiglia di italofoni, guardava con sguardo di rammarico e inquisitorio il padre Salvatore (mio nonno) chiedendogli, seduto sul tavolo della cucina e con le braccia conserte, il perché avessero scelto un nome definito da lui, “antico”. Mio nonno, uomo colto e razionale, esortò il piccolo ad essere fiero del suo antroponimo , ma nulla non c’era verso. Il piccolo Pasquale chinò la sua testa piena di capelli neri attenzionando il suo sguardo color cielo, prese un foglio e scrivendo svariate volte il suo nome compì così vari procedimenti: con l’utilizzo dell’apocope approdò a  “Pasqual” ad esso aggiunse il suffisso “ -uccio”, a sua volta l’elisione dell’affricata palatale sorda, consentì al bambino di determinare il Suo nome , il nome di mio padre: Lucio (divenne a tutti gli effetti ipocoristico). Nella famiglia di mio padre non c’era traccia di dialetto, egli e la sorella Armida, in casa non udirono mai termini dialettale. Nella sua famiglia, parlare il dialetto locale era considerato elemento qualificatore di ignoranza, degrado e bassezza sociale. Mio padre, veniva a contatto col dialetto solo con gli amici , quando nel pomeriggio si radunavano nella piazzetta del quartiere a giocare a calcio. Non osava neanche ripeterlo , perché probabilmente non sarebbe stato in grado di farlo, da totale italofono, e ne ebbe la prova  quando un pomeriggio disse a mio nonno , prima di scendere per giocare con gli altri ragazzi :[5]« Papà ,pìgghia le scarpe». Mio nonno lo guardò con delusione, e dopo avergli tagliato le scarpe da tennis per fargli capire il suo sconcerto, gli vietò di scendere per raggiungere gli amici ma soprattutto lo esortò a non utilizzare mai più gerghi ,chiamati così da lui, del genere in casa sua.

Anni dopo però una mattina, il destino (mi piace chiamarlo così) fece incontrare Rosi e Lucio. Era una splendida giornata quella li , i due si ritrovarono a Mondello nel luogo giusto al momento giusto. Scambiarono qualche chicchera; mio padre iniziò a mostrare intelligenza ed eleganza, elementi che lo hanno sempre contraddistinto, mentre mamma con la sua parlantina vivace e con i suoi occhi scuri riuscì a farsi amare in un istante. Dopo anni di fidanzamento i due si sposarono . Mio padre legò particolarmente con Francesco ,fratello di mia madre, e con la mia adorata nonna Maria. Lei impazziva per questo suo genero!!  Ogni volta che sapeva del suo arrivo in casa, lo chiamava ore prima, improvvisando un italiano semicolto dicendogli: «Lucio ti ho preparato le farfallette al salmone, il posto meglio a tavola è il tuo». Mia madre dice che era anche un po’ buffa la nonna quando si sforzava nel parlare italiano corretto, cosa che in seguito avrebbe fatto anche con me.

 Ma finalmente è arrivato il mio momento, dopo ben sei anni di matrimonio, dopo tanta attesa e desiderio    il cinque gennaio del 1996 nacqui io: Simona, Armida Zarcone . Portando gioia immensa a mio padre Lucio, il quale sperava arrivasse la figlia femmina, e il naso arricciato di mia madre che ,pur amandomi alla follia fin da subito, avrebbe preferito il figlio maschio( a cui sarebbe spettato il nome del nonno paterno Salvatore). Qualcuno si starà chiedendo del perché della virgola tra i miei due nomi, in effetti è un quesito che ho posto anche io ai miei genitori. Mia madre mi disse che la scelta del mio nome non fu semplice! A mio padre piaceva il nome Monica ( per il semplice fatto che la sua attrice preferita si chiamasse cosi, lui ingenuamente sperava nascessi bella come Monica Bellucci) mentre mia madre desiderava chiamarmi Elena. La disputa tra i due fu tale da spingere mio nonno Salvatore, con discrezione, a proporre il nome Simona il quale è mozione del nome Simone di origine ebraica Shime’on deriva dal verbo shama, ‘ascoltare’, e significa ‘Dio ha ascoltato’, nome che gli sembrò appropriato per una bambina così tanto attesa. Entrambi i miei genitori furono estasiati da questo nome anche se mia madre, cocciuta come sempre decise di attribuirmi anche il nome della sorella di mio padre “ per rispetto”, in Sicilia è parecchio comune questa pratica . Mio padre però preferì aggiungere la virgola tra i due nomi così da risultare in ogni documento e certificazione esclusivamente Simona (il nome Armida è presente solo all’anagrafe). Ad essere sincera il nome Armida, ventuno anni dopo e soprattutto col senno del poi ,direi che mi si addice di più ,lo sento più mio insomma! Esso è nome di origine germanica, incarna il simbolo di ‘donna combattiva’. Armida, inoltre, nella Gerusalemme Liberata, è la maga che rinuncia ai poteri magici per amore di Rinaldo e visto il mio amore spassionato per la letteratura italiana e per Torquato Tasso, probabilmente mia madre non avrebbe poi così tanto sbagliato.

I miei genitori utilizzavano con me nei primi anni di vita il Baby talk , successivamente mi educarono da perfetta italofona. A casa mia il dialetto era ammonito, severamente vietato! Quando mio zio Aurelio durante le cene familiari pronunciava qualcosa in dialetto, mia madre e mia zia Irene lo ammonivano esclamando: «Parla bene, ci sono le bambine! ». Come se il dialetto fosse un “parlar male”! Mio padre non lo utilizzava mai ,neanche al telefono quando parlava col suo migliore amico, mia madre invece  da diglotta , ogni tanto quando battibeccava con mio padre rispondeva a qualche sua battuta dicendo:[6] « Amunì Lu, a finisci?», l’attimo dopo veniva da me ,quasi mortificata avendo capito avessi sentito e si apprestava a ripetermi che il dialetto non si doveva parlare e che stava solo giocando…

 Ero una bambina che fin da subito ha amato le materie umanistiche e soprattutto i libri . Mia madre mi trovava all’età di 6 anni sul banchetto scuola comprato da mio padre, a ripetere a memoria libri che avevo appena letto. Pensava che imparare il dialetto avesse compromesso la mia preparazione a livello scolastico . Intanto io restavo sempre più affascinata dal dialetto , spesso è stato in grado di regalarmi traduzioni mai attese , come ad esempio un pomeriggio a casa della nonna Maria lei mi disse : «Amore chiudi la bussola». Ricordo che mi guardai intorno cercando una bussola, presentata dalla maestra giorni prima a scuola, intesa come strumento di orientamento indicatore, sulla superficie terrestre! Rimasi attonita non trovandola! Ridendo ,chiesi a mia nonna cosa fosse la bussola e lei mi rispose con enfasi:« La porta è!». Crescendo iniziai a chiedermi del perché l’ammonimento del dialetto! Penso che dovrebbe cambiare il pregiudizio che si ha su di esso! Bisogna amare il dialetto, insegnarlo ai  figli, in questo modo dimostriamo di amare noi stessi. Il dialetto è come se fosse il nostro codice fiscale poiché indica chi siamo, da dove veniamo , insomma le nostre radici !

Così iniziai a crescere, immagazzinando molte parole dialettali che udivo pur non pronunciandole pubblicamente. Con l’andar del tempo mia madre iniziò ,vedendomi più grande, a utilizzarlo con più frequenza, creando un vero e proprio [7] code switching. Completai il mio percorso scolastico alla scuola secondaria di primo grado al migliore dei modi  e nonostante aver ‘toppato’ nella scelta, perdonate il termine diafasico giovanile, della scuola secondaria di secondo grado ,ovvero il liceo scientifico, sono fiera di essere oggi quella che sono, una studentessa di lettere moderne che ama tutto ciò che studia ! Sono fiera di aver guardato mio padre e avergli detto : «Papà io mi sono diplomata, ho capito qual è la mia strada, scelgo di seguire la mia passione: Lettere!».  Sono fiera di aver visto il suo sorriso compiaciuto, due anni fa, quando ancora era qui con me , approvare questa mia decisione, esso è sempre stato fiero di questa mia propensione agli studi umanistici. Mia madre ebbe la stessa reazione, d’altronde lei se dovessi utilizzare una metafora adeguata è per me come l’alimentatore elettrico per il computer! Riesce sempre a caricarmi, ma pur avendomi sempre appoggiata, tutt’ora ogni tanto mi guarda dicendomi:« Non potevi scegliere una facoltà come medicina?». Io so che la sua frase non è dispregiativa nei confronti di ciò che amo o studio ,lo dice solo con rammarico  visto il momento storico che stiamo vivendo dove studenti laureati in lettere spesso si trovano a lavorare come cassiere al supermercato . Da madre si preoccupa semplicemente che possa rimanerne delusa viste le mie grandi aspettative. Ma io le rispondo dicendole che: «Se c’è impegno, voglia e passione si arriva a tutto».  Prometto di impegnarmi e con determinazione raggiungere i miei obiettivi, anche perché è una promessa che ho fatto a mio padre e la sto portando avanti! Concluderei il tutto dicendo che a ventun anni mi definisco una ragazza italofona che ben conosce il dialetto palermitano mi definirei una diglotta anche io! Dichiaro ufficialmente e senza nascondermi che tutte le volte che ho un diverbio con qualcuno, spesso, utilizzo il palermitano e lo faccio anche “ per fortificare il concetto” perché non dobbiamo dimenticare che l’italiano è una lingua che ha subito standardizzazione mentre il dialetto è genuino!

Il dialetto fa parte di ciò che siamo e del bagaglio culturale che portiamo con noi nell’esatto momento in cui pronunciamo qualcosa, attraverso quella parola , anche un semplice ciao, mostra la nostra appartenenza a un certo luogo, spazio, tempo e di questo non possiamo che esserne fieri ,poiché fa parte  della nostra storia personale.

NOTE:

[1] Francesco, i figli sono miei e decido io.

[2] Ancora? Il nome ormai è questo, mia sorella si chiama così.

[3] Ci dico.

[4] La figlia del cuore, la preferita

[5] Papà prendi le scarpe.

[6] Insomma Lucio, la smetti?.

[7] Alternanza consapevole di lingua e dialetto.

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-SIMONA.

Giornata mondiale del Bacio !

6 Luglio , per chi non lo sapesse, questa giornata è stata istituita da un’agenzia di creativi inglesi undici anni fa per “Farci dimenticare il terrorismo e la crisi economica e reagire con positività alla paura e allo sconforto”. Il bacio, in effetti,  mi sembra l’espressione più adatta poiché riesce benissimo in ciò. 

C’è qualcosa di più bello e intimo di un bacio ? Penso proprio di no . Il bacio ha la capacità di cancellare le paure, i timori , i pensieri , le angosce , le preoccupazioni . Ha la capacità di  trasportarti in un’altra dimensione spazio temporale : scalpitano le emozioni, fremono i sensi , sudano le mani , le palpitazioni sono alle stelle … se si è innamorati e si ha davanti la persona che si ama , nell’esatto momento in cui incrociamo “quello sguardo”  scaturisce tutto ciò! L’attimo prima del bacio è l’attesa migliore che ci sia . Il bacio quello vero è la naturale conseguenza del vero amore e dunque, provoca tutto questo.

Farfalle allo stomaco che svolazzano fino al cervello nei quali le sinapsi neuronali( ogni tanto aggiungo nei mie articoli quelle pochissime conoscenze scientifiche che ho appreso al liceo scientifico ) esplodono come se stessero danzando . Anche fare l’amore coinvolge … Ma il bacio è qualcosa che trasporta nell’iperuranio . 

Secondo me in una giornata del genere , bisognerebbe creare un’atmosfera simile a  un inno , una vera e propria invocazione all’amore !

Oggi , ahimè, non ho baciato la persona che amo … Ma spero che il mio bacio gli sia arrivato.. Come se glielo stessi dando adesso, nell’esatto momento in cui si è addormentato , perché guardarlo dormire provoca in me la stessa sensazione che ho quando lo bacio. 

Dunque spero che voi coppie innamorate vi siate dati da fare !! E non temete… Nella giornata mondiale del bacio … Valgono anche i baci che non riuscite o non siete riusciti momentaneamente a dare … Valgono i baci che riceverete domani o che il futuro vi presenterà … Vale tutto ciò che c’è adesso e che ci sarà. Vale anche quello che non avverrà mai, ma che comunque è nella nostra testa .

Vale il bacio , quello dato col cuore prima ancora che dalle labbra. 

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-SIMONA. 

Tutto può succedere.

 

Non so se anche voi , vi siete appassionati , quanto me , alla serie tv “Tutto può succedere” .  Io lo seguo dallo scorso anno e mi ha colpito fin da subito, mai annoiato..  Perché tratta storie di vita quotidiana  , di famiglia , di valori , di amore , di sentimenti , di padri, figli , nuore, matrimoni ,separazioni , parla di vita. Ad accompagnare la visione del film questa canzone stupenda dei miei amatissimi Nagramaro, riesce sempre a suscitarmi emozioni ,e credo possa riuscirci anche con voi … Vi consiglio di ascoltarla, Dolce notte a tutti voi =)

Passa così , tutta da qui

la vita che.. non torna più ..

se non sei più tu a viverla così.. come piace a te !

vivila , senza più paure. 

finché sei qui , Tutto può succedere. 

Torni a casa, Torni in te.

E allora si va …

Dopo essere stata distrutta per la millesima volta .. Tu, i tuoi pezzi di cuore , Tutto . Gli lanci un ultimo sguardo e noti che i suoi occhi trasmettono cose diverse da ciò che trasmettono i tuoi … Lo riguardi… Speri di esserti sbagliata .. Ma no è così.  E allora che fai ? . Trattieni il respiro.. occhi malinconici … mentre sali in macchina e chiudi lo sportello … Ingrani la marcia , lo guardi per l’ultima volta e vai..

Metti la Prima e dici basta … A tutto! A ciò che fa male ,basta lui …  Basta accontentarsi di un amore mediocre, basta pensarlo , basta pensare di non poter vivere senza lui… Guardi le luci della città … e imbocchi la strada principale..

Metti la Seconda.. Ingenuamente, forse anche un po’ stupida… guardi nello specchietto retrovisore sperando che lui sia li … con la sua bella macchina dietro la tua e quasi suoni il clacson ininterrottamente per farti fermare.. Ma no … Scopri amaramente che anche questa volta non ti ha seguito, anche questa volta lui non è lì a fermarti e una lacrima scende …Ma non piangi .. ti ha già deluso altre volte.  E’ ora di cena .. la strada non è particolarmente trafficata dunque ..

Terza .. Provi quel senso di angoscia e vuoto che solo lui riesce a farti provare e nello stesso tempo ti senti libera … Che strano provare due sensazioni così diverse… Angoscia perché come al solito sopravvaluti ciò che è davvero… ma  Libertà .  Libera.. da un amore così .. Un amore malato …Un amore che regge solo finché reggi tu … Un amore che ti dà qualche manciata di felicità a sprazzi ..ma che per il restante tempo ti Toglie.  Toglie serenità… Sorriso … Toglie e cambia quello che sei …

A quel punto …imbocchi  l’ autostrada ingrani la Quarta … E vai , libera ,lontana,  libera da tutto , libera da lui , libera e malinconica , e sola , ma libera … E sai già dove andrai .. Andrai dove il tuo cuore sente più vicino quello di tuo padre ..Il quale se ci fosse non permetterebbe che tu stia così.. 

Quinta … L’autostrada è deserta e ci sei solo tu , ma ci sei solo tu davvero…  Perché il mondo è tuo .. Hai già tutto ciò che ti serve , hai te stessa , hai i tuoi sogni , le tue speranze … La tua estrema voglia di fare , di lottare, di credere che ci sia altro destinato a te … Di sperare al meglio, di sapere che c’è sicuramente di meglio. E acceleri …mantenendo la quinta e intanto corre qualche lacrima sul tuo volto e pensi, rifletti …E non ti rimproveri di nulla! Non ti rimproveri se ci tieni … Se dai valore a tutto ciò che ami , non ti rimproveri di essere quella che sei , ti rimproveri solo di essere estremamente vulnerabile e fragile in quel momento .. Ma vai avanti ..

Ed ecco che ad un tratto il mondo offre davanti ai tuoi occhi …L’elemento più spettacolare che esista…Il mare all’orizzonte… E accenni un sorriso asciugando le lacrime.. Perché niente e nessuno potrà mai levarti questo .. E nessuna tristezza regge il confronto davanti a una visione così .. Alla sensazione che solo il mare riesce a trasmettere … E capisci che Tu sei abbastanza ! Arrivi a destinazione. 

A quel punto spegni la macchina e osservi attorno a te.. Due signore passeggiano ridendo ..Alcuni ragazzi stanno seduti su un muretto bevendo una birra … Il bar davanti a te sta chiudendo mentre Un ragazzo prende per mano la sua fidanzata e una bambina implora i genitori affinché le comprino il gelato.. Cosa vedi? .

Come vedi tutto segue l’ordine naturale delle cose , Tutto scorre.. Anche se tu crolli .. il mondo va avanti ugualmente ..

E a cosa serve allora stare fermi ? Rischi di diventare una statua in balia delle forze della natura… Se soffia il vento ti sposti, se arriva il terremoto ti sfracelli … E per cosa ? Per chi ? 

Vi siete mai chiesti se ne valesse davvero la pena ? Ebbene, io oggi me lo sono chiesta .. e so che , No … non ne vale la pena.. Se ti riduci così , non ne vale affatto la pena . A quel punto, ultimo sguardo al mare , saluto a papà… La bambina col gelato in mano ti sorride ..

Sali in macchina accendi lo stereo , asciughi le lacrime .. Torni a casa , torni in TE. ! 

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-SIMONA. 

Ovunque sei.

Sono del parere che ognuno di noi , nella nostra vita ha incontrato almeno una volta una persona che giustificherà, perdonerà sempre , nonostante tutto. Nonostante il male che ha procurato nella nostra vita , nonostante la voglia di cancellare tutti i ricordi e soprattutto il pensiero costante .

Ma si… Arriva un momento in cui (formalmente ) non si può perdonare più, e probabilmente le strade delle due persone non si incroceranno mai , nemmeno per sbaglio . E non intendo un incontrarsi in giro per caso… perché quello succederà, ahimè-congelamento immediato si intende- ma mi riferisco all’incontro l’uno nella vita dell’altro , dell’incrocio di amore, passione, sentimento , stima che adesso non ci sarà più.  Parlo di non incontrare più lo sguardo, le mani , il cuore di quella persona ,che adesso sai essere lontana anni luce da te.

Ma dentro di te, se ami , sai di aver già perdonato tutto e sai perché? Perché quella persona si è radicata così tanto in te che per sollevare qualsiasi dolore basterebbe anche solo un suo sorriso . Ed è vero.. Bisogna tenere a mente di aver rispetto per se stessi …pensare che anche se fa male, bisogna andare avanti , perché lo devi A TE.

Completo questo articolo ( prima di allegarvi il testo e la canzone di Renato Zero che stasera vorrei voi utenti ascoltaste ) dicendo che  io non ti perdonerò più …perché ormai sono stanca e quando una donna si stanca di tollerare certe cose, mette il punto definitivo. Se è ancora nel tuo cuore , c’è una speranza ? A questo quesito non so rispondere. Ma ovunque tu sia, sappi che mi manchi e che ancora una volta il mio cuore ti ha perdonato, io No.

Buonanotte. 

Mentre aspetto il tuo ritorno 
Metto in ordine le idee 
Non so davvero in quale fortunato giorno 
Da quella porta spunterai …
Ho aggiustato il lavandino e lo stereo finalmente va .
Sono un uomo pieno di risorse in fondo 
La vita mi conosce già 
Sono qui che ti aspetto 
Perché ho voglia di vincere 
Non c’è altro che vorrei 
Rincontrare gli occhi tuoi 
Cancellarmi e rinascere 
Ovunque sei 
Ti mancherà la mia complicità 
Ovunque sei 
Qualunque faccia mi somiglierà 
Ovunque sei 
Ti impegnerai per non amarmi più 
Testardo io 
Che quella fede non l’ho persa mai 
Accetterò da te qualunque verità 
Sarà come la prima volta 
Impacciato starò lì 
Cercando di strapparti una risposta 
Un meraviglioso si 
Ogni amore ha i suoi tarli 
Ogni storia ha i suoi limiti 
Resistenze non farò 
Se destino accetterò 
Anche il rischio di perderti 
Ovunque sei 
Di maledirmi non stancarti mai 
Quello che vuoi 
Ma questo cuore sanguina lo sai 
Vigliacchi noi 
Ci consegnamo a questa realtà 
Vivremo poi 
Con questo dubbio per l’eternità 
Svegliarmi dovrei 
La casa è aperta torna quando vuoi 
Mi trovi qui 
Perché non voglio perderti così 
Mille altre volte ricomincerei 
Ancora ti perdonerei 
La voglia c’è 
È sempre viva questa nostalgia 
Di te 
Ovunque sei 
Mi manchi…

-SIMONA.

Le meraviglie del mondo.

Utenti attivi sul mio Resilienza , questa sono io ! Ho approfittato del momento che preferisco di più della giornata ,grazie alla bravura di una mia amica che si diletta nella fotografia, per immortalarmi in un momento di felicità. Ogni volta che ho bisogno di pace, per sviluppare pensieri e decisioni, mi capita di andare ad osservare la bellezza della natura. Avete mai visto un tramonto così? C’è qualcosa di più bello di un tramonto ??

Il tramonto è la forma più sofisticata della natura… è il momento in cui il sole si immerge nell’acqua , come se il contatto tra microcosmo e macrocosmo fosse quasi inesistente. Il tramonto esprime possibilità, fiducia, speranza, è ,metafora di vita! 

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-SIMONA.